Si fa presto a dire BenEssere

Mai come oggi siamo stati sommersi dall’esaltazione della rappresentazione della positività. Profili social da cui è tagliata via ogni traccia di complessità dell’esperienza emotiva, ridotta ad un’unica faccia possibile: sorridente e realizzata, allegra e spensierata. Ma è questo il benessere a cui aspirare? È davvero questo che significa stare bene?

Viviamo tempi in cui la spinta all’allegria ad ogni costo e la sua ostentazione in ogni dove rischiano di farci sentire sbagliati ogniqualvolta sperimentiamo un’emozione che si discosti dal mandato sociale. Il senso di inadeguatezza è tanto più alimentato dalla divisione classica delle emozioni in “positive” e “negative”. Ogni emozione ha dignità e significato e dovrebbe poter essere vissuta e sperimentata senza sentirla come inappropriata o negativa.

Ciò che può essere effettivamente negativo è il prevalere di un’unica modalità affettiva o il sentirsene sopraffatti senza possibilità di uscita, senza spazio di manovra. Il dolore, la tristezza, l’ansia, la rabbia e in generale tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere come sbagliato e fonte unicamente di fragilità può anche rappresentare una possibilità, quella di incontrare pienamente se stessi e la propria complessità.

Laddove esiste una sola risposta possibile all’incontro con il mondo - la felicità - ogni altra variazione affettiva, inevitabile, non è più guida e stimolo per affrontare la quotidianità, non è più risorsa per interrogare il proprio essere in situazione, ma solo qualcosa di fastidioso da tenere a distanza e strappare via. Le emozioni, tutte, ci appartengono e parlano di e con noi, hanno un loro senso all’interno della nostra storia e del nostro mondo. Se non le ascoltiamo, se ne vediamo solo i limiti, se non impariamo a stare anche nell’angoscia inevitabile della condizione umana, non possiamo che sentirci scomodi con noi stessi e con gli altri.

Anche nell’altra tendenza attuale, quella della spinta a vivere e valorizzare il momento presente, si cela il rischio di una polarizzazione in chiave unicamente positiva. Infatti l’invito spesso non è a sperimentare realmente il momento nella sua interezza e, ancora una volta, complessità; l’invito è rivolto piuttosto, più o meno esplicitamente, alla valorizzazione delle componenti piacevoli e “positive” dell’esperienza, regalandoci anche in questo caso un ideale irrealistico e disfunzionale dell’essere umano: un essere tutto piacere, felicità e realizzazione da cui sono tagliati via di netto i momenti di inevitabile sofferenza e frustrazione.

E che dire del cosiddetto “pensa positivo”, ad ogni costo, sempre e comunque? E se non ci riesci, se non sei abbastanza felice, indipendentemente da contesto, variabili specifiche e vulnerabilità personali, è solo colpa tua. Forse non lo vuoi abbastanza. Sto negando l’importanza della responsabilità personale e del prendersi cura di spinte al miglioramento e delle motivazioni? Dell’importanza delle scelte e della volontà individuali e dell’impulso al cambiamento? Certo che no, così come non è mia intenzione né negare il valore dell’incoraggiamento e di un sano, e realistico, ottimismo né comporre un elogio indiscriminato della sofferenza. È nella proporzione individuale della differenziazione affettiva e nel darsi la possibilità di collocarvisi che sta il punto di svolta, è nel permettersi anche di stare male e provare sentimenti fastidiosi che passa la via per raggiungere un benessere reale e non imposto.

La spinta all’ideale di perfezione e controllo totale a cui siamo continuamente esposti è un grande rischio laddove l’esistenza umana è largamente influenzata da variabili incontrollabili, in una realtà in cui le “cose brutte” semplicemente accadono e in cui le emozioni sono, letteralmente, ciò che ci muove nel mondo. Una bussola e una spinta da e verso noi stessi e gli altri che è necessario poter guardare per riappropriarsi di una vera e propria responsabilità personale.

Anche quando non lo vediamo, gli esseri umani sono spesso occupati a lottare contro se stessi e il proprio “sottosuolo”, a nascondere o soffrire per ciò che ci è stato insegnato essere poco tollerabile e che cacciamo a forza in quel ripostiglio scomodo e magmatico in cui facciamo finire tutto l’inguardabile o il non riconosciuto. Ciò che non ha possibilità di espressione – la nostra tristezza, il dolore, le paure, l’angoscia, i pensieri che riteniamo inappropriati, le parti di noi che mal tolleriamo - ciò che viene represso, umiliato e guardato con insofferenza finisce per ingigantirsi e rischiare di sopraffarci, andando ad unirsi alla rabbia e senso di inadeguatezza per non riuscire ad aderire ad un modello che riteniamo come l’unico ideale possibile e alimentando quelle stesse sensazioni “negative” dalle quali vorremmo allontanarci, in un circolo vizioso che può portare a sentirsi in trappola.

Le emozioni tutte, anche quelle che sentiamo come nostri punti di fragilità, sono in primis una messa in dialogo della nostra individualità in relazione con se stessa e con il mondo. È nel cogliere la possibilità di questa interlocuzione che ogni emozione diventa un’opportunità, che si pone come domanda e non già come risposta incontestabile. Ci sono poi momenti della vita in cui, per un motivo o per un altro, questo dialogo diventa più difficile, in cui non riusciamo o non possiamo parlare con quella parte di noi che chiede udienza e che si esprime attraverso emozioni e pensieri che diventano sintomi, attraverso situazioni e relazioni che diventano soverchianti, attraverso vie di fuga che diventano burroni. In questi momenti la psicoterapia può aiutare a mettere in moto la dialogicità umana attraverso una diversa presa di posizione e una sintonizzazione con bisogni ed emozioni che chiedono voce.

Questa è quella che ritengo essere la strada verso il benessere personale: dare parola e ascolto al proprio vissuto soggettivo, permettersi di stare anche con e nei propri punti dolorosi e riappropriarsi della possibilità di pro-gettarsi quotidianamente.

Fumetto tpjpg