#2 Perché dovrei andare da uno psicologo?! Non sono mica MATTO!


Risposta veloce  -  perché dallo psicologo non vanno i “matti” (termine generico utilizzato generalmente con connotazione dispregiativa  che non individua una categoria specifica di persone), ma chiunque voglia lavorare su se stesso per stare meglio, interrogando i propri angoli dolorosi e valorizzando le proprie peculiarità. Lo psicologo aiuta le persone a migliorare la propria qualità di vita, affrontando situazioni che generano sofferenza e/o dando valore alle proprie risorse personali, in presenza o meno di diagnosi di patologia mentale.

Volendo articolare meglio...

Uno dei pregiudizi più difficili da superare è quello legato all’equivalenza psicologo = dottore dei matti. Ma chi sono “i matti”?  

“Matto” è un termine utilizzato generalmente in senso dispregiativo per indicare genericamente chi sia affetto da una qualche patologia mentale o chiunque esca dai canoni di una supposta normalità o sia “sopra le righe”. Il tono è tipicamente di scherno o biasimo e si accompagna a convinzioni sulla malattia mentale stereotipate e spesso molto distanti dalla realtà.  Il pregiudizio sottostante, più o meno esplicito, è che chi soffre di una patologia mentale sia quasi una persona di serie B, con minori diritti e maggiori responsabilità nei confronti della propria condizione. Tutto ciò ha pesanti e dolorose conseguenze per il soggetto, per chi gli è accanto e per l’intera comunità. Se infatti consideriamo la diffusione e la probabilità che ogni persona ha di incorrere in problematiche legate alla salute mentale lungo l’intero corso della propria vita (circa un quarto della popolazione adulta, 18-65 anni)[1]  e a quanto lo stigma sociale (dal lat. stigma (-ătis) «marchio, macchia, punto»)[2]  può incidere sulle modalità di affrontarle e di richiedere aiuto, le ripercussioni sono notevoli non solo per il diretto interessato ma anche a livello familiare, relazionale e sociale. 

Ma torniamo alla questione iniziale. Lo psicologo quindi è o no il dottore dei “matti”?

La risposta secca e immediata sarebbe quella veloce che abbiamo visto inizialmente.  Ma se consideriamo l’associazione di senso comune per cui matto=persona che soffre di un disturbo mentale? Prima di tutto, ribadiamo con forza un dato di fatto che dovrebbe essere scontato ma purtroppo così non è: la patologia mentale non qualifica la persona su una supposta scala morale e valoriale. Un essere umano che soffre di una patologia mentale è un essere umano che soffre di una patologia mentale. Niente più, niente meno. Ha suoi limiti, sue risorse, sue vulnerabilità, sue sofferenze, sue gioie, suoi difetti, suoi pregi; ha, cioè, sue peculiarità specifiche, alcune ovviamente anche legate al carico della propria patologia, ma che vanno a colorare le medesime strutture costitutive dell’esistenza di ogni altro essere umano. Secondariamente, ricordiamo come il disagio mentale sia variamente graduato, da situazioni maggiormente gravose, invalidanti e croniche ad altre anche piuttosto comuni, sfumate e legate a situazioni contingenti. Spesso i pazienti dicono “non pensavo di arrivare a tanto”, con un senso di vergogna per sentirsi alla fine costretti a ricorrere allo "strizzacervelli". Il sottotesto, spesso neanche così nascosto ma anzi chiaramente esplicitato, è di avere il timore di essere un caso grave, patologico, "da psicologo", appunto. Ma anche qui siamo in presenza di un pregiudizio di fondo, e cioè che chi sente la necessità di ricorrere allo psicologo magari non è “matto” del tutto, ma sicuramente ha un problema grave. Ora, al di là del fatto che ovviamente ci sono situazioni oggettivamente gravi e complesse, in cui si intrecciano livelli di intervento diversi, la gravità è anche un concetto relativo: grave [4]  è un peso che è duro da sopportare per chi lo sostiene, e in quanto tale non è chiaramente obiettivabile, soprattutto disgiunto dal soggetto che lo porta. Uno stato ansioso può essere “banale” per qualcuno in un determinato momento e paralizzante per qualcun altro o per la stessa persona in una diversa situazione, ma il fatto di ricorrere ad uno psicologo non dice nulla in merito. C’è chi per caratteristiche personali proprie è portato ad interrogarsi, chiedere aiuto e chi no, ci sono ambienti, relazioni, aree geografiche e momenti storici in cui ricorrere alla terapia è più o meno sostenuto, etc. Quale che sia comunque l’entità del disagio, è una questione che, in vario modo, riguarda tutti.

 Potrebbe essere allora più utile iniziare ad allontanarsi dalle etichette e dai pregiudizi per avvicinarsi a ciò che si prova e sente, al di là del fatto che possa o meno rientrare nel grande calderone di ciò che può essere o meno un disturbo mentale, per potersene prendere cura e migliorare la propria qualità di vita. Molto di questo atteggiamento di diffidenza e vergogna legato al prendersi cura della propria salute psichica e del proprio sentire ha a che fare anche con la svalorizzazione delle emozioni e con l’esaltazione del pensiero positivo (ne ho parlato qui), così come con l’idea che sia un segno di debolezza (vedi FAQ #3).

Fatte queste doverose premesse, la risposta alla domanda iniziale può diventare: lo psicologo è ANCHE il dottore dei “matti”, ma non solo.

Lo psicologo è per chiunque voglia interrogarsi e fare di questo domandare una risorsa per il proprio progetto di mondo così come per chiunque si ritrovi smarrito e/o in difficoltà di fronte ai propri vissuti di sofferenza, più o meno intensa, più o meno soverchiante, più o meno contestualizzabile. Indipendentemente dal fatto che l’eventuale smarrimento, confusione, paura, ansia, dubbio, preoccupazione, impotenza, rabbia, tristezza, o qualsiasi altra emozione stia mettendo in questione la persona e la propria relazione con se stessa e il proprio mondo sia legata ad una vera e propria patologia mentale. 

La realtà è che la maggior parte di coloro che si rivolgono allo psicologo, sono persone che hanno problemi quotidiani e ordinari come tutti e che in un qualsiasi momento della propria vita possono attraversare difficoltà maggiori nell’affrontarli. Ci sono situazioni tipicamente destabilizzanti (cambiamenti lavorativi, matrimoni, diventare genitori, laurea, compleanni e nuove fasi di vita, rotture affettive, incidenti, lutti, diagnosi mediche, etc.), di fronte alle quali può capitare di avere la sensazione di non farcela, di girare a vuoto, di essere bloccati senza vie di fuga, di non riuscire ad avere una relazione serena con se stessi e/o con gli altri, di sperimentare emozioni o reazioni che sembrano non appartenerci o che comunque ci fanno vivere male. In queste situazioni, può essere opportuno considerare la possibilità di rivolgersi ad uno psicologo per esplorare insieme quanto sta accadendo. Ma le motivazioni che possono portare a richiedere un incontro con lo psicologo, e beneficiarne, sono di varia natura. Non necessariamente, o non solo, un particolare momento di difficoltà ma anche “semplicemente” la voglia, il bisogno, il desiderio di conoscersi meglio e godere appieno delle proprie risorse e potenzialità. Ed ecco che allora intraprendere un percorso di terapia può rappresentare l’occasione che la persona si dà di conoscersi e (ri)aprire un dialogo proficuo con se stessa. Volersi riappropriare di un miglior margine di manovra nel proprio relazionarsi con se stessi e col proprio mondo, voler interrogare e comprendere le proprie pieghe, è motivo più che valido per bussare alla porta dello psicologo: farlo significa darsi l’opportunità di prendersi cura del proprio essere al mondo.



[1] https://www.epicentro.iss.it/mentale/epidemiologia-mondo 

https://www.sburover.it/psice/epidemiologia/Disturbi_mentali_Italia.pdf 

https://www.epicentro.iss.it/mentale/epidemiologia-europa

https://www.osservatoriosullasalute.it/wp-content/uploads/2019/10/Tiziana-CS-Focus-Disagio-mentale-Osservasalute_ott-2019-DEF.pdf

[2]https://www.treccani.it/vocabolario/stigma1/
[4]https://www.treccani.it/vocabolario/grave/



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